venerdì 12 novembre 2010

Radiazioni BX: distruzione uomo (The Incredibile Shrinking Man) - 11 novembre 2010


Regia: Jack Arnold

Usa, 1957, b/n

Durata: 78’

Cast: Grant Williams, Randy Stuart, April Kent, Paul Langton, William Schallert, Billy Curtis

Usa, anni ’50. In seguito all’esposizione ad una nube radioattiva, Scott Carey inizia a rimpicciolire. Le cellule del suo organismo reagiscono alla contaminazione contraendosi; il suo corpo si riduce di giorno in giorno, mentre l’ambiente circostante diviene, a poco a poco, sempre più minaccioso ed ostile.

“Se non accettano adesso le nostre condizioni, si possono aspettare una pioggia di distruzione dall’alto, come mai se ne sono viste su questa terra.” Harry Truman, 33° presidente degli Stati Uniti, saluta così, il 6 agosto del 1945, l’annientamento nucleare della città nipponica di Hiroshima. Centinaia di migliaia di morti, per la maggior parte civili, sia durante l’esplosione, sia in seguito, a causa dell’esposizione alle radiazioni. Il 9 agosto, stessa sorte per Nagasaki. Nel 1955, Dick Powell gira un film in costume sulla vita e le imprese di Gengis Khan: Il conquistatore. Protagonista è John Wayne (ebbene sì, nella parte del condottiero mongolo!!). Parte della pellicola viene realizzata nel Nevada, a poca distanza dal deserto dello Utah, dove poco tempo prima erano stati effettuati alcuni esperimenti atomici. La stragrande maggioranza degli attori fra cui anche Wayne degli operatori nonché il regista, nell’arco di una trentina d’anni, si ammaleranno e moriranno di cancro. Niente sarà più lo stesso, dopo l’avvento della minaccia nucleare (sotto la quale si tesseranno anche alcuni degli esili fili su cui si reggerà l’equilibrio mondiale all’epoca della Guerra Fredda).

Vi è una sorta di preveggenza e lungimiranza, in molto cinema ed in molta letteratura di genere, nell’horror e nella fantascienza in particolare, in grado di chiarire ed amplificare, di cogliere ed interpretare i segni del presente e di proiettarli nel futuro. Radiazioni BX (tratto da un romanzo di Richard Matheson, che si occupa anche della sceneggiatura) riveste, in tal senso, un ruolo particolarmente rilevante, in quanto, pur prendendo le mosse da tale temperie e pur evidenziandone alcuni tratti pertinenti, riesce soprattutto a rielaborarne le coordinate, conducendo lo spettatore in un viaggio senza ritorno ai confini estremi delle proprie paure ed angosce.

Nella pellicola di Arnold, è possibile rintracciare sia i sintomi della deriva individuale, che di quella collettiva, di un’umanità, che si risveglia attonita all’indomani del secondo conflitto mondiale e che scopre di essere ancora terrorizzato, nonostante la guerra sia finita. Tutto sta ineluttabilmente cambiando ed anche l’uomo si percepisce come sempre più periferico, massificato, rimpicciolito.

Quando Scott Carey, il protagonista, diviene consapevole della mutazione che sta, letteralmente, invadendo il proprio organismo, egli diviene una tragica sineddoche, ma anche un simbolo, dello scarto che allontana progressivamente ed irreversibilmente l’essere umano dal mondo che egli sta costruendo (beninteso, producendo macerie!!). L’energia atomica può produrre effetti devastanti, inconcepibili e per molti versi incomprensibili per la mente umana, nella sua manifestazione macroscopica. L’esplosione di un ordigno nucleare è, probabilmente, lo spettacolo più agghiacciante ed annichilente a cui un essere vivente può assistere. Ancor più inquietante risulta però l’effetto microscopico che essa genera. Il mondo organico non è in grado di fronteggiare le aberrazioni che la radioattività induce, e gli esiti che ne derivano non possono che condurre alla degenerazione dei singoli organismi e dell’ecosistema che li ospita. L’alterazione cellulare causa dell’insorgere del mostruoso, del deforme e dell’informe atterrisce e sgomenta forse ancor più che non la distruzione immediata e repentina. È su quest’ultimo aspetto che pone l’accento Radiazioni BX, originando un crescendo di angoscianti presagi, mano a mano che il protagonista decresce.

Da un altro punto di vista, contiguo a quello appena esaminato, la pellicola di Arnold istituisce una magistrale riflessione sociologica ed antropologica, attraverso l’allegoria filmica. Il ventesimo secolo e l’alba del ventunesimo sono segnati da un’evoluzione tecnologica e scientifica senza precedenti. I macchinari, gli apparati ed i dispositivi, che l’uomo costruisce per migliorare ed in definitiva per estendere ciò che Heidegger definiva “il dominio tecnico sulla Terra”[1], piuttosto che accrescere la sua presa sulle cose, la rendono viepiù malferma ed incerta. L’universo tecnologico, anziché abbreviare la distanza fra uomo ed ente, la aumenta, creando, di fatto, un’ulteriore dimensione organizzata e strutturata, le cui leggi sono perversamente aliene rispetto a quelle che governano le naturali propensioni, le azioni, le mozioni ed i bisogni antropici. Come sostiene saggiamente Mario Pezzella: “La vita organica sembra divenuta inferiore e meno perfetta di quella inorganica. L’uomo ha la percezione di non essere all’altezza dei propri stessi prodotti”.[2] Le prestazioni delle apparecchiature tecniche, non importa se militari o civili, implicano una attenuazione dell’umano, che comporta una fondamentale ed inevitabile disumanizzazione.

Non si fermano qui, comunque, le suggestioni evocate da Radiazioni BX, giacché vengono anche magistralmente sondati alcuni decisivi meccanismi nei rapporti esistenziali di Scott con i propri simili e col proprio ambiente domestico. Una volta che egli inizia a rendersi conto del rimpicciolimento, la propria identità psicofisica inizia, ovviamente, a vacillare. Una delle sue prime reazioni è guardarsi allo specchio. I suoi tratti somatici, però, non cambiano. Semplicemente, il suo corpo inizia a restringersi, irreversibilmente. Quando le sue dimensioni cominciano visibilmente a mutare, si modificano tragicamente anche le sue relazioni sociali ed umane. Egli diviene lo zimbello di giornalisti a caccia di scoop, di vicini di casa curiosi nei confronti del novello freak, di emittenti televisive alla ricerca di un nuovo spettacolo, della moglie (anche se la cosa non viene esplicitamente dichiarata, soprattutto nelle ovvie implicazioni sessuali), che è costretta ad accudirlo come un fragile animale domestico. Infine è la casa, dapprima luogo di rifugio dalle disturbanti attenzioni del mondo esterno, a rappresentare per lui un ambiente sempre più vasto ed inospitale. Quindi, si configura anche un magistrale saggio sul rapporto fra familiare e perturbante. Quando Scott, alto pochi centimetri, alla fine del film, sta per avviarsi verso il proprio giardino, per lui una giungla impenetrabile, anche il percorso dell’uomo contemporaneo, simbolicamente, sta per compiersi – “Cos’ero? Ancora un essere umano? Oppure ero l’uomo del futuro?” – questo si chiede Scott. Ecco, forse l’uomo del futuro che però parla al passato, in voce off – altro non è che un estenuato sguardo su un infinito più facile da raggiungersi scomparendo.


Giangiacomo Petrone

Gruppo Cinema Arsenale Rosebud





[1] Martin Heidegger: Sentieri interrotti, La Nuova Italia Editrice, Firenze 1968, rist. in “Paperbacks Classici”, p. 97.

[2] Mario Pezzella: Il volto di Marylin. L’esperienza del mito nella modernità. Ed. manifestolibri, Roma, 1999, p. 11.

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