lunedì 29 novembre 2010

L'idolo delle donne - 25 novembre

Titolo originale The Ladies Man; Stati Uniti; Anno 1961; Durata 106 min.; Regia Jerry Lewis

Film comico diretto e interpretato da *Jerry Lewis* nel 1961. Uscì nelle sale il 28 giugno 1961 distribuito dalla Paramount Pictures. Si tratta della seconda regia di Lewis dopo il successo di Ragazzo tuttofare l'anno precedente.

Trama:
Herbert H. Heebert (Jerry Lewis) è un giovanotto lasciato dalla propria ragazza il giorno della laurea, che decide di non innamorarsi mai più e di tenersi alla larga dalle donne. In seguito, per ironia della sorte, trova lavoro come tuttofare proprio in un pensionato femminile, diretto da Helen Wellenmellen (Helen Traubel), ex cantante lirica. Nonostante la maggior parte delle ragazze lo tratti solo come un cameriere e cerchi di ingraziarsi Herbert solo per servirsi di lui, Fay (Pat Stanley), una delle ragazze, lo aiuterà a superare la sua paura delle donne.

Critica:
Il film è il più interessante dal punto di vista registico tra quelli diretti da Lewis. Molteplici sono le soluzioni tecniche originali adottate per il film, tese a valorizzare la mastodontica scenografia costruita negli studi Paramount appositamente per le riprese. Non per nulla, negli extra dell'edizione in DVD, lo stesso Lewis racconta che, all'epoca delle riprese, spesso sul set era presente un giovane regista alle prime armi ancora sconosciuto, Francis Ford Coppola, ammirato dalla tecnica di regia utilizzata e dall'uso del famoso video-assistinventato da Lewis.
[1] Nel tratto surreale che contraddistingue le gag ideate per il film, come già nel
precedente *The Bellboy* (*Ragazzo tuttofare *), è riscontrabile l'influenza del cinema di Jacques Tati.
Per questo motivo e per le audaci soluzioni tecniche impiegate, il film fu molto amato dai critici e registi francesi della *Nouvelle Vague *.

Curiosità:
- Il celebre set costruito per il film è una delle più grandi scenografie mai costruite in interni negli studi Paramount. Il "pensionato" conta circa sessanta camere, e viene ripreso in "spaccato" come una casa delle bambole. - Il set del film di Lewis successivamente ispirerà il design delle scenografie per il film di Jean-Luc Godard, *Crepa padrone, tutto va bene * (1972).

*Informazioni tratte da wikipedia.it ( http://it.wikipedia.org/wiki/L%27idolo_delle_donne)*


Renato Carlassara
Arsenale Rosebud



domenica 28 novembre 2010

Un condannato a morte è fuggito - 18 novembre


(Un Condamné à mort s’est échappé, noto anche col titolo: Le Vent souffle il veut).

Regia: Robert Bresson

Francia, 1956, b/n

Durata: 97’

Cast: François Leterrier, Roland Monod, Charles Le Clainche, Maurice Beerblock, Jean-Paul Delumeau

Francia occupata, 1943. Nella prigione di Montluc, a Lione, il tenente Fontaine, ufficiale della Resistenza prigioniero dei nazisti, prepara pazientemente e minuziosamente la propria fuga. La condanna a morte da parte della commissione di inchiesta, che indaga sul suo caso, non farà altro che accelerarne le mosse.

In quel vero e proprio sottogenere cinematografico costituito dai film “carcerari”, sovente compare la parola fuga, sia nel titolo originale, che in quello italiano: Fuga da Alcatraz (Escape from Alcatraz, Don Siegel, 1979), 1997 - Fuga da New York (Escape from New York, John Carpenter, 1981), Fuga per la vittoria (Escape to Victory, John Huston, 1981), solo per citarne alcuni. Si tratta di un vocabolo che lascia aperto uno spiraglio di imponderabilità. L’impresa è in corso, in divenire, durante lo sviluppo della trama, e talora può anche non riuscire, come nel caso, ad esempio, di Fuga in Francia (Mario Soldati, 1948). A Bresson, tutto questo non interessa. Già nel titolo di questo suo lavoro è presente l’esito, lo scioglimento fausto dell’intreccio. Al regista francese preme il come del racconto, il linguaggio che lo dispiega e soprattutto la personalissima ricerca della verità cinematografica, che scandisce ogni sua pellicola.

Fin dall’incipit del film, è presente l’asciutta austerità, la nitida sintesi, nonché la straordinaria eloquenza di uno stile, che cerca incessantemente di raggiungere l’archetipo di un cinema puro, quindi vero, necessario ed assoluto. L’inquadratura fissa iniziale, un fermo immagine, mostra un’ala del carcere di Montluc: il muro e più oltre alcuni edifici, parte del corpo del complesso. In sovraimpressione, compare una scritta bianca, in corsivo – la calligrafia è quella di Bresson – che dichiara: “Questa storia è vera. La do così com’è, senza ornamenti.” L’inquadratura successiva mostra una lapide, incastonata nel muro della prigione, con un’incisione: “Qui, sotto l’occupazione tedesca, patirono diecimila persone, vittime dei nazisti. Settemila soccombettero.” La macchina da presa muove allora orizzontalmente, abbandonando la lapide, fino ad inquadrare un particolare del muro, percorso in ogni direzione da fenditure più o meno profonde. Iniziano a scorrere i titoli di testa, accompagnati dal Kyrie della Messa in do minore di Mozart. Già in questi pochi attimi, emerge prepotentemente l’essenzialità dello stile bressoniano, unita ad un magistrale lavoro sul tempo. Nell’inquadratura iniziale, si passa dal senza-tempo (non a caso, come detto, un fermo immagine, una sospensione del divenire) del penitenziario – una zona che è sia uno spazio determinato ed individuato, Bresson di rado bara con la realtà, sia il simbolo, l’universale della prigionia e quindi, da ultimo, proprio per questo, un luogo qualsiasi – all’altrove temporale, sempre-essente, dal quale l’autore ci scrive. Si procede poi col presente della targa commemorativa, nell’inquadratura seguente, e si viene proiettati, quindi, attraverso il particolare del muro del carcere, nel passato (che inizia ad immergerci, senza fretta, nella dimensione narrativa), per introdurre il quale, basta un lieve slittamento della cinepresa, senza stacchi di montaggio, dissolvenze od altro.

Anche la voce off del protagonista riveste un ruolo primario di determinazione temporale. Mentre, nel contesto del falso presente dell’azione, le voci dei personaggi, compresa quella di Fontaine, sono tutte “spazializzate”, attraverso un effetto di riverbero, una specie di eco sottile, dando l’impressione di cozzare con i confini di un ambiente chiuso, quella off è come purificata, decontestualizzata, assolutizzata, in quanto proveniente da una dimensione spazio-temporale non identificabile. Essa ha il compito di confliggere col (falso) presente degli avvenimenti narrati, riportando lo spettatore alla consapevolezza che tutto è già accaduto, compiuto, e che, quindi, tutte le azioni, scelte, svolte dell’intreccio ricadono sotto le categorie della necessità e della predestinazione. Le circostanze sembrano disporsi seguendo la casualità del quotidiano e le decisioni del protagonista, ma in realtà esse rientrano in un disegno, in una trama, che sono già stati tracciati.

Contestualmente al trattamento tecnico della voce di Fontaine, va notato come il lavoro di Bresson sul suono, in generale, sia onnipresente, maniacale, certosino e portatore di verità – nel senso di rispetto, apertura ed amore per la realtà – sia a livello espressivo, che a livello narrativo. Come, del resto, nella totalità della sua opera. Analizzare e comprendere tale lavoro significa giungere all’essenza, al significato profondo, di questo e degli altri film del regista transalpino.

Innanzitutto, la rifrazione sonora che, come detto, connota le voci dei personaggi, è molto più accentuata per quelle dei carcerieri, veri e propri padroni dello spazio, anche e soprattutto acustico, ed allo stesso tempo, imprigionate, proprio da tale spazio. Radicati nel luogo di cui sono custodi, i secondini è come se ne fossero parte integrante, ombre senza volto e senza identità, schiavi del loro unico ruolo. Inversamente, i detenuti, pur costretti in celle anguste e dai muri solidissimi – sempre inquadrate e descritte come brandelli di un territorio, che lo sguardo non è in grado di abbracciare compiutamente – riescono, proprio attraverso le pareti, a dialogare, grazie a leggeri tocchi e semplici codici di comunicazione.

Un altro conflitto acustico è innescato dalla contrapposizione fra i rumori della prigione e quelli provenienti dalla città. I primi sono gli spari – le esecuzioni dei condannati a morte – i passi pesanti degli aguzzini, lo scattare delle serrature delle celle, il clangore delle chiavi che i guardiani fanno scorrere sulle ringhiere delle scale, a ribadire il loro dominio sul luogo e sugli uomini che lo abitano forzatamente. Rumori di morte. Gli altri provengono da un altrove, così vicino, eppure così lontano, che rappresenta, invece, la vita. In particolare, il fischio del treno, che sembra richiamare Fontaine al suo compito: fuggire. Mano a mano che la via verso la libertà sarà più vicina, ancorché problematica ed irta di ostacoli, tale fischio, accompagnato dallo sferragliare dei vagoni sulle rotaie, si farà sempre più intenso e ricorrente. Il suono, ogni suono, ha quindi una duplice funzione nell’opera bressoniana: raccordare gli spazi parcellizzati delle immagini e costruire un superiore livello di senso, spesso simbolico, in grado di raccogliere ed unificare i frammenti visivi e di tendere ad un assoluto cinematografico capace di plasmare e di trascendere la materia visuale.

“Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va” – come dice Gesù a Nicodemo nel passo evangelico a cui si ispira l’”altro” titolo del film, che richiama la ri-nascita del protagonista, attraverso la grazia divina – e Bresson ne ha portato il respiro, l’impercettibile sonorità.

venerdì 12 novembre 2010

Radiazioni BX: distruzione uomo (The Incredibile Shrinking Man) - 11 novembre 2010


Regia: Jack Arnold

Usa, 1957, b/n

Durata: 78’

Cast: Grant Williams, Randy Stuart, April Kent, Paul Langton, William Schallert, Billy Curtis

Usa, anni ’50. In seguito all’esposizione ad una nube radioattiva, Scott Carey inizia a rimpicciolire. Le cellule del suo organismo reagiscono alla contaminazione contraendosi; il suo corpo si riduce di giorno in giorno, mentre l’ambiente circostante diviene, a poco a poco, sempre più minaccioso ed ostile.

“Se non accettano adesso le nostre condizioni, si possono aspettare una pioggia di distruzione dall’alto, come mai se ne sono viste su questa terra.” Harry Truman, 33° presidente degli Stati Uniti, saluta così, il 6 agosto del 1945, l’annientamento nucleare della città nipponica di Hiroshima. Centinaia di migliaia di morti, per la maggior parte civili, sia durante l’esplosione, sia in seguito, a causa dell’esposizione alle radiazioni. Il 9 agosto, stessa sorte per Nagasaki. Nel 1955, Dick Powell gira un film in costume sulla vita e le imprese di Gengis Khan: Il conquistatore. Protagonista è John Wayne (ebbene sì, nella parte del condottiero mongolo!!). Parte della pellicola viene realizzata nel Nevada, a poca distanza dal deserto dello Utah, dove poco tempo prima erano stati effettuati alcuni esperimenti atomici. La stragrande maggioranza degli attori fra cui anche Wayne degli operatori nonché il regista, nell’arco di una trentina d’anni, si ammaleranno e moriranno di cancro. Niente sarà più lo stesso, dopo l’avvento della minaccia nucleare (sotto la quale si tesseranno anche alcuni degli esili fili su cui si reggerà l’equilibrio mondiale all’epoca della Guerra Fredda).

Vi è una sorta di preveggenza e lungimiranza, in molto cinema ed in molta letteratura di genere, nell’horror e nella fantascienza in particolare, in grado di chiarire ed amplificare, di cogliere ed interpretare i segni del presente e di proiettarli nel futuro. Radiazioni BX (tratto da un romanzo di Richard Matheson, che si occupa anche della sceneggiatura) riveste, in tal senso, un ruolo particolarmente rilevante, in quanto, pur prendendo le mosse da tale temperie e pur evidenziandone alcuni tratti pertinenti, riesce soprattutto a rielaborarne le coordinate, conducendo lo spettatore in un viaggio senza ritorno ai confini estremi delle proprie paure ed angosce.

Nella pellicola di Arnold, è possibile rintracciare sia i sintomi della deriva individuale, che di quella collettiva, di un’umanità, che si risveglia attonita all’indomani del secondo conflitto mondiale e che scopre di essere ancora terrorizzato, nonostante la guerra sia finita. Tutto sta ineluttabilmente cambiando ed anche l’uomo si percepisce come sempre più periferico, massificato, rimpicciolito.

Quando Scott Carey, il protagonista, diviene consapevole della mutazione che sta, letteralmente, invadendo il proprio organismo, egli diviene una tragica sineddoche, ma anche un simbolo, dello scarto che allontana progressivamente ed irreversibilmente l’essere umano dal mondo che egli sta costruendo (beninteso, producendo macerie!!). L’energia atomica può produrre effetti devastanti, inconcepibili e per molti versi incomprensibili per la mente umana, nella sua manifestazione macroscopica. L’esplosione di un ordigno nucleare è, probabilmente, lo spettacolo più agghiacciante ed annichilente a cui un essere vivente può assistere. Ancor più inquietante risulta però l’effetto microscopico che essa genera. Il mondo organico non è in grado di fronteggiare le aberrazioni che la radioattività induce, e gli esiti che ne derivano non possono che condurre alla degenerazione dei singoli organismi e dell’ecosistema che li ospita. L’alterazione cellulare causa dell’insorgere del mostruoso, del deforme e dell’informe atterrisce e sgomenta forse ancor più che non la distruzione immediata e repentina. È su quest’ultimo aspetto che pone l’accento Radiazioni BX, originando un crescendo di angoscianti presagi, mano a mano che il protagonista decresce.

Da un altro punto di vista, contiguo a quello appena esaminato, la pellicola di Arnold istituisce una magistrale riflessione sociologica ed antropologica, attraverso l’allegoria filmica. Il ventesimo secolo e l’alba del ventunesimo sono segnati da un’evoluzione tecnologica e scientifica senza precedenti. I macchinari, gli apparati ed i dispositivi, che l’uomo costruisce per migliorare ed in definitiva per estendere ciò che Heidegger definiva “il dominio tecnico sulla Terra”[1], piuttosto che accrescere la sua presa sulle cose, la rendono viepiù malferma ed incerta. L’universo tecnologico, anziché abbreviare la distanza fra uomo ed ente, la aumenta, creando, di fatto, un’ulteriore dimensione organizzata e strutturata, le cui leggi sono perversamente aliene rispetto a quelle che governano le naturali propensioni, le azioni, le mozioni ed i bisogni antropici. Come sostiene saggiamente Mario Pezzella: “La vita organica sembra divenuta inferiore e meno perfetta di quella inorganica. L’uomo ha la percezione di non essere all’altezza dei propri stessi prodotti”.[2] Le prestazioni delle apparecchiature tecniche, non importa se militari o civili, implicano una attenuazione dell’umano, che comporta una fondamentale ed inevitabile disumanizzazione.

Non si fermano qui, comunque, le suggestioni evocate da Radiazioni BX, giacché vengono anche magistralmente sondati alcuni decisivi meccanismi nei rapporti esistenziali di Scott con i propri simili e col proprio ambiente domestico. Una volta che egli inizia a rendersi conto del rimpicciolimento, la propria identità psicofisica inizia, ovviamente, a vacillare. Una delle sue prime reazioni è guardarsi allo specchio. I suoi tratti somatici, però, non cambiano. Semplicemente, il suo corpo inizia a restringersi, irreversibilmente. Quando le sue dimensioni cominciano visibilmente a mutare, si modificano tragicamente anche le sue relazioni sociali ed umane. Egli diviene lo zimbello di giornalisti a caccia di scoop, di vicini di casa curiosi nei confronti del novello freak, di emittenti televisive alla ricerca di un nuovo spettacolo, della moglie (anche se la cosa non viene esplicitamente dichiarata, soprattutto nelle ovvie implicazioni sessuali), che è costretta ad accudirlo come un fragile animale domestico. Infine è la casa, dapprima luogo di rifugio dalle disturbanti attenzioni del mondo esterno, a rappresentare per lui un ambiente sempre più vasto ed inospitale. Quindi, si configura anche un magistrale saggio sul rapporto fra familiare e perturbante. Quando Scott, alto pochi centimetri, alla fine del film, sta per avviarsi verso il proprio giardino, per lui una giungla impenetrabile, anche il percorso dell’uomo contemporaneo, simbolicamente, sta per compiersi – “Cos’ero? Ancora un essere umano? Oppure ero l’uomo del futuro?” – questo si chiede Scott. Ecco, forse l’uomo del futuro che però parla al passato, in voce off – altro non è che un estenuato sguardo su un infinito più facile da raggiungersi scomparendo.


Giangiacomo Petrone

Gruppo Cinema Arsenale Rosebud





[1] Martin Heidegger: Sentieri interrotti, La Nuova Italia Editrice, Firenze 1968, rist. in “Paperbacks Classici”, p. 97.

[2] Mario Pezzella: Il volto di Marylin. L’esperienza del mito nella modernità. Ed. manifestolibri, Roma, 1999, p. 11.

lunedì 1 novembre 2010

1941 Allarme a Hollywood - 4 novembre 2010











1941 Allarme a Hollywood

Un film di Steven Spielberg, urata 118 min. - USA 1979

Con Dan Aykroyd, Ned Beatty, John Belushi, Lorraine Gary, Murray Hamilton, Christopher Lee, Tim Matheson, Toshirô Mifune, Warren Oates, Robert Stack, Treat Williams, Nancy Allen, Mickey Rourke.

Titolo originale “1941”


Sono passati solo pochi giorni dall'attacco della flotta Giapponese alla base navale statunitense di Pearl Harbor, che già sulle coste assolate della California scoppia una psicosi collettiva su un altro eventuale attacco dei giapponesi in pieno territorio americano. In effetti tutti i torti non li hanno, dato che un sommergibile nipponico è in agguato per attaccare Hollywood e, in definitiva, il sogno americano. A bordo del sottomarino un ufficiale tedesco supervisiona il lavoro degli alleati orientali, alla disperata ricerca della città del cinema, dato che la bussola di bordo è guasta. Con nemici del genere, la vittoria non poteva essere che sicura, peccato che a contrastarli troviamo un aviatore pazzo e quasi sempre ubriaco, un manipolo di soldati buoni a nulla, due civili con due fucili che difendono la costa dall'alto di una ruota panoramica e una famiglia con un cannone vista mare. Riusciranno gli States a fermare l'invasione dei musi gialli?

Narrazione accelerata, geniale, con una sequenza continua di eccessi, “1941” è un esilarante caleidoscopio antibellico, zeppo di risate e citazioni cinematografiche, scritto da Bob Gale e Robert Zemeckis, i futuri autori di Ritorno al futuro (1985).

Quindi un film antipatriottico che mette in ridicolo le paranoie americane e, proprio per questo, rischiò il fallimento in patria incassando meno del costo. Il pubblico europeo ne decretò poi il successo.

Il film contiene giocose autocitazioni del regista Steven Spielberg: la scena iniziale è un omaggio a Lo squalo e la stazione di servizio che si vede all'inizio è la stessa di Duel. Il film è stato inoltre citato a sua volta: ne “I predatori dell'arca perduta” Indiana Jones imita John Belushi che nel finale del film, in piedi su un sommergibile, fa il saluto militare agli amici. Il portaordini in motocicletta è il regista John Landis, in una rara apparizione senza barba. Nel cast, ricchissimo di stelle, sono presenti anche miti del cinema come Christopher Lee e Toshirô Mifune.

I ringraziano “Mymovies” e “Pellicolascaduta”.