sabato 29 ottobre 2011

Cineforum 2011-2012 - I 7 vizi capitali




I 7 VIZI CAPITALI.

Non sono mai le virtù, ma sempre i vizi, a dirci chi è di volta in volta l'uomo.


Giovedì 24 novembre ore 20.45: INTRODUZIONE: “Seven” (1995) di D. Fincher

Giovedì 1 dicembre ore 20.45:SUPERBIA: “Aguirre, furore di Dio.” (1972) di W. Herzog

Giovedì 15 dicembre ore 20.45:AVARIZIA: “L’amico di famiglia” (2006) di P. Sorrentino

Giovedì 22 dicembre ore 20,45:LUSSURIA: “Ultimo Tango a Parigi.” (1972) di B. Bertolucci

Giovedì 12 gennaio 2012 ore 20.45:IRA: “Old Boy.” (2003) di Park Chan-wook

Giovedì 19 gennaio ore 20.45:GOLA: “La grande abbuffata” (1973) di M. Ferreri

Giovedì 2 febbraio ore 20.45:INVIDIA. “Che fine ha fatto Baby Jane ?” (1962) di R. Aldrich

Giovedì 9 febbraio ore 20.45:PIGRIZIA: “Il grande Lebowski” (1997) di J. & E. Coen


Presso la sede dell’Associazione “Porte Aperte” Via Matteotti 14/A

Castelfranco Veneto

Inizio proiezioni ore 20.45 (20.30 iscrizioni)

Costi: Tessera di iscrizione Porte Aperte 5 euro valevole per tutte le attività dell’associazione per il 2012

(contributo responsabile)

Info: 338 643 0893 (Paul)



I SETTE VIZI CAPITALI. PRESENTAZIONE DEL CINEFORUM

Tutte le storie, cinematografiche e non, nascono da un conflitto e da esso traggono alimento e forza. Più esso è potente, più la narrazione risulterà intensa, coinvolgente, piena. Il motivo è che l’essenza più profonda della realtà si esprime compiutamente attraverso lo scontro, la contesa. Ciascuna cosa e ciascun organismo vivente, per il fatto stesso di esserci, di occupare un determinato spazio in un determinato tempo, di esprimere un’identità unica e definita, si troveranno a confliggere per quello spazio, quel tempo, quell’identità con tutte le altre cose e con tutti gli altri organismi viventi. Si tratta del polemos eracliteo (cioè, letteralmente, della guerra), che il filosofo greco chiama “re e padre di tutte le cose”, vale a dire il principio generatore di tutto ciò che è.

I sette peccati capitali esprimono al meglio questa dimensione conflittuale, in quanto i contendenti sono addirittura l’uomo e Dio, le (com)pulsioni, le debolezze, le ossessioni umane e la legge divina. La dicotomia, peraltro, si estende anche al rapporto fra l’individuo ed una società molto spesso consolidata attraverso tale orizzonte prescrittivo (che si trasforma in morale comune ed habitus comportamentale, sovente meccanici e svuotati di senso), nella quale, non di rado, un contegno pubblico irreprensibile, almeno secondo le coordinate dell’etica diffusa, coincide con una condotta privata assai differente. Infine, soprattutto, è l’uomo a trovarsi solo di fronte a se stesso, quindi ai propri fantasmi ed alle proprie paure, di cui, per molti versi, i vizi capitali rappresentano l’estremizzazione reattiva; un soggetto che, umano troppo umano, fatica ad accettare di non essere il centro del cosmo e quindi, in definitiva, di non essere Dio.

Giangiacomo Petrone

Gruppo Cinema Arsenale Rosebud









venerdì 14 ottobre 2011

sabato 9 aprile 2011

Elio Petri
























Inchiesta su un regista (quasi) dimenticato

Perche’ un ciclo dedicato a Elio Petri, regista pressoche’ dimenticato, nonostante una ricca filmografia e rilevanti successi internazionali (ricordiamo, nel 1962 a Mar della Plata “I giorni contati” viene preferito a Jules et Jim, nel 1970 “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” riceve l’Oscar quale miglior film straniero e il Premio speciale della giuria a Cannes, nel 1972 la Palma d’oro a Cannes va a “La classe operaia va in paradiso”)? E’ in effetti un regista anomalo, scomodo, osteggiato, censurato direttamente e indirettamente, costretto ad affidarsi a produttori marginali.

Non si tratta di un intellettuale in senso stretto, a differenza di tanti altri suoi compagni di avventura degli anni 60 e 70 nasce in una famiglia di bassa estrazione sociale, il che l’ha portato ad avere, per quanto riguarda il cinema, una formazione da autodidatta. Egli ha spesso rivendicato queste sue radici propriamente proletarie (padre operaio comunista e madre cattolica) ed e’ stato sempre legato alla area del PCI (fino ai fatti di Ungheria), ma è stato comunque in grado di esprimere e rivendicare una grande autonomia di pensiero in un epoca in cui far parte di uno schieramento ed attenersi alla sua linea era d’obbligo.

Il fatto che ora questi schieramenti e gran parte del mondo in cui si agiva Petri non esistano piu’, che in generale in Italia il cinema abbia progressivamente perso la capacità di agire sul tessuto sociale e politico, che i film “politici” siano diventati rari e quei pochi siano comunque raramente partecipi dei toni corrosivi e grotteschi che invece sono una linea conduttrice nelle regie di Petri, potrebbe dare ragione di questo oblio.

In realtà, il suo è cinema politico nel senso piu’ ampio del termine. Petri era convinto che la rappresentazione non dovesse sembrare imparziale (ed infatti il suo cinema è militante e nettamente schierato), che lo spettatore dovesse essere coinvolto e spinto ad ogni livello a pensare alle cose importanti per la sua vita, e soprattutto che la funzione peculiare del cinema dovesse essere quella di mettere in atto un processo critico all’interno dello spettatore stesso.

Sono posizioni che rispecchiano le modalità di lettura della realtà tipiche degli anni ‘60 e ’70, ma che nell’attuale epoca di acquiescenza e di “politically correct” ad oltranza riprendono una nuova modernità e risuonano ancora come rivoluzionarie, seppure in senso diverso dalla interpretazione originaria di Petri, che si era formato con le letture di Marx e Freud e che aveva affinato la sua vena polemica e analitica durante la sua attività di pubblicista all’interno dell’Unità .

La sua idea di cinema è quella di un’ arte non elitaria e destinata agli “intellettuali”, bensi’ di un’arte popolare, che si rivolge alle “masse”, ma non con l’intento di “divertirle” - nel senso letterale di distoglierne lo sguardo dalla realtà - ma per stimolarle piuttosto ad una valutazione critica, grazie ad un cinema che porta alla luce, come lui stesso sostiene, le motivazioni soggettive ed uniche delle azioni dei personaggi visti pero’ all’interno dei fatti e senza dimenticare le condizioni storiche in cui essi si muovono, in una visione che sta a cavallo tra il neorealismo e l’esistenzialismo.

Crediamo che la lezione di Petri, che non voleva realizzare film” impegnati”, che confortassero lo spettatore nelle sue convinzioni, ma che desiderava piuttosto consacrarsi al dubbio e alla contraddizione, ponendo domande senza attenersi a risposte preconfezionate e acriticamente accettate, senza trattenersi dall’esprimere pienamente la sua vis critica e polemica, resti ancora attualissima, e che valga per questo la pena di riproporre alcuni dei suoi film, sostenuti peraltro da una congiuntura di talenti forse irripetibile e come qualcuno l’ha definita, fiammeggiante, (M. Mastroianni e GM Volonté, S. Randone, Ennio Morricone, Ugo Pirro..)


"Nell'ultimo periodo della mia vita, io ho fatto film sgradevoli. Si, film sgradevoli in un societa' che ormai chiede la gradevolezza a tutto, persino all'impegno: se l'impegno e' gradevole, e quindi non da' fastidio a nessuno, lo accetta. Altrimenti no".

Monica Dalbo
Gruppo Cinema Arsenale Rosebud