sabato 9 aprile 2011

Elio Petri
























Inchiesta su un regista (quasi) dimenticato

Perche’ un ciclo dedicato a Elio Petri, regista pressoche’ dimenticato, nonostante una ricca filmografia e rilevanti successi internazionali (ricordiamo, nel 1962 a Mar della Plata “I giorni contati” viene preferito a Jules et Jim, nel 1970 “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” riceve l’Oscar quale miglior film straniero e il Premio speciale della giuria a Cannes, nel 1972 la Palma d’oro a Cannes va a “La classe operaia va in paradiso”)? E’ in effetti un regista anomalo, scomodo, osteggiato, censurato direttamente e indirettamente, costretto ad affidarsi a produttori marginali.

Non si tratta di un intellettuale in senso stretto, a differenza di tanti altri suoi compagni di avventura degli anni 60 e 70 nasce in una famiglia di bassa estrazione sociale, il che l’ha portato ad avere, per quanto riguarda il cinema, una formazione da autodidatta. Egli ha spesso rivendicato queste sue radici propriamente proletarie (padre operaio comunista e madre cattolica) ed e’ stato sempre legato alla area del PCI (fino ai fatti di Ungheria), ma è stato comunque in grado di esprimere e rivendicare una grande autonomia di pensiero in un epoca in cui far parte di uno schieramento ed attenersi alla sua linea era d’obbligo.

Il fatto che ora questi schieramenti e gran parte del mondo in cui si agiva Petri non esistano piu’, che in generale in Italia il cinema abbia progressivamente perso la capacità di agire sul tessuto sociale e politico, che i film “politici” siano diventati rari e quei pochi siano comunque raramente partecipi dei toni corrosivi e grotteschi che invece sono una linea conduttrice nelle regie di Petri, potrebbe dare ragione di questo oblio.

In realtà, il suo è cinema politico nel senso piu’ ampio del termine. Petri era convinto che la rappresentazione non dovesse sembrare imparziale (ed infatti il suo cinema è militante e nettamente schierato), che lo spettatore dovesse essere coinvolto e spinto ad ogni livello a pensare alle cose importanti per la sua vita, e soprattutto che la funzione peculiare del cinema dovesse essere quella di mettere in atto un processo critico all’interno dello spettatore stesso.

Sono posizioni che rispecchiano le modalità di lettura della realtà tipiche degli anni ‘60 e ’70, ma che nell’attuale epoca di acquiescenza e di “politically correct” ad oltranza riprendono una nuova modernità e risuonano ancora come rivoluzionarie, seppure in senso diverso dalla interpretazione originaria di Petri, che si era formato con le letture di Marx e Freud e che aveva affinato la sua vena polemica e analitica durante la sua attività di pubblicista all’interno dell’Unità .

La sua idea di cinema è quella di un’ arte non elitaria e destinata agli “intellettuali”, bensi’ di un’arte popolare, che si rivolge alle “masse”, ma non con l’intento di “divertirle” - nel senso letterale di distoglierne lo sguardo dalla realtà - ma per stimolarle piuttosto ad una valutazione critica, grazie ad un cinema che porta alla luce, come lui stesso sostiene, le motivazioni soggettive ed uniche delle azioni dei personaggi visti pero’ all’interno dei fatti e senza dimenticare le condizioni storiche in cui essi si muovono, in una visione che sta a cavallo tra il neorealismo e l’esistenzialismo.

Crediamo che la lezione di Petri, che non voleva realizzare film” impegnati”, che confortassero lo spettatore nelle sue convinzioni, ma che desiderava piuttosto consacrarsi al dubbio e alla contraddizione, ponendo domande senza attenersi a risposte preconfezionate e acriticamente accettate, senza trattenersi dall’esprimere pienamente la sua vis critica e polemica, resti ancora attualissima, e che valga per questo la pena di riproporre alcuni dei suoi film, sostenuti peraltro da una congiuntura di talenti forse irripetibile e come qualcuno l’ha definita, fiammeggiante, (M. Mastroianni e GM Volonté, S. Randone, Ennio Morricone, Ugo Pirro..)


"Nell'ultimo periodo della mia vita, io ho fatto film sgradevoli. Si, film sgradevoli in un societa' che ormai chiede la gradevolezza a tutto, persino all'impegno: se l'impegno e' gradevole, e quindi non da' fastidio a nessuno, lo accetta. Altrimenti no".

Monica Dalbo
Gruppo Cinema Arsenale Rosebud



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