giovedì 24 marzo 2011

La morte corre sul fiume - 3 marzo 2011

La morte corre sul fiume. (The Night of the Hunter)

Regia: C. Laughton

USA, 1955, durata: 90 minuti, bianco e nero .

Protagonisti: Harry Powell (Robert Mitchum), Rachel Cooper (Lilian Gish), Willa Harper (Shelley Winters), John (Billy Chapin), Pearl (Sally Jane Bruce) e Icey Spoon (Evelyn Varden).


Una vecchietta appare in un cielo stellato un po’ naïf e racconta una storia, a noi e a un fantastico uditorio di ragazzini. L’introduzione funge da cornice spostandoci nel mondo della fiaba, del c’era una volta, uno slittamento spazio temporale che mescola altrimenti e confonde lo statuto della fiaba stessa con lo statuto della favola, in quanto la sequenza termina con il passo : “guardatevi dai falsi profeti…”. Un ammonimento esplicito.

La m.d.p. dall’alto con un movimento lento e panoramico discende nei pressi di una casa circondata dal verde vicino alla quale si può notare un bellissimo e maestoso albero, intorno giocano dei fanciulli spensierati fino a quando uno si accorge che all’interno della stalla si trova un cadavere. Termina la seconda sequenza. Su questa alternanza del punto di vista dei bambini e di un osservatore esterno adulto si gioca la tensione di tutto il film.

La fiaba dunque, diventa un elemento narrativo importante perché si innesta e si fonde con altri due ascendenti presenti nell’opera: l’american gothic, di cui l’autore del libro, Davis Grubb, da cui è stato ricavato il film, è un autorevole rappresentante e rientra nella tradizione di stampa sudista come Faulkner, Flannery O’Connor fino all’attuale Joe Lansdale; e il cinema espressionista tedesco sia per quanto riguarda il taglio delle inquadrature, sia per l’uso sapiente delle luci, e del cinema espressionista in modo particolare, a mio avviso, Fritz Lang: soprattutto per le geometrie delle inquadrature e delle molto ricercate simmetrie.

Della fiaba il sottile intreccio tra il sogno e l’incubo determina un conflitto e una tensione che si manifesta palesemente attraverso il gioco delle dita della mano del predicatore su cui sono disegnate le lettere hate e love, l’eterno conflitto tra il bene e il male. (La dialettica tra “fare un sogno” e “avere un incubo” mette in evidenza la diversità tra avere e fare: avere un incubo perché nel medioevo gli incubi erano considerati spiriti maligni che stavano sopra l’uomo procurandogli uno stato di angosciosa oppressione.)

Altri elementi relativi al mondo fiabesco sono stati messi in evidenza dallo scenografo Hilyard Brownil, il quale “crea una scenografia che si ispira sia alle prospettive deformanti dell’espressionismo sia all’immaginario infantile dei libri illustrati e dei bestiari per trasformare l’America ancora non dimenticata della depressione nel paese degli orchi e delle fate benefiche.”

Il regista è Charles Laughton, già famoso attore hollywoodiano, esperto nel rappresentare personaggi di solito perfidi o addirittura sadici, come nell’“L’ammutinamento del Bounty” o scaltri e cinici come la figura dell’avvocato nel film di Hitchcock “Il caso Paradine” o di Billy Wilder “Testimone d’accusa, oppure Gracco nel film di Kubrick “Spartacus”. Da esperto attore teatrale, ha lavorato all’Old Vic di Londra, lui stesso è di origine inglese. Era nota la sua misoginia, cosa che in questo film non manca davvero. E’ stata la sua unica regia e siccome è stato un vero flop, non si è più cimentato in questo ruolo, ed è un vero peccato perché ha costruito secondo me un autentico capolavoro, anche per la sua originalità e peculiarità.

La storia.

Siamo in Virginia ai tempi della depressione e facciamo subito la conoscenza dl cattivo, dell’orco: il pazzo predicatore Harry Powell, pluriomicida di vedove che inganna con il suo fascino per portar via loro il gruzzolo, il quale gira il paese predicano in modo quanto meno singolare. Sulle dita della mano sinistra ha tatuato hate; su quelle della destra love. In questo modo inscena epici sermoni- match in cui la mano destra abbatte alla fine la sinistra. Arrestato per il furto di un auto, conosce in prigione Ben Harper, padre di John e della piccola Pearl, condannato a morte per una rapina che gli ha fruttato 10.000 dollari e conclusasi con l’uccisione di due uomini; impresa compiuta per la disperazione di non poter trovare un lavoro per mantenere la famiglia. I dollari sono nascosti nella bambola che Pearl si porta sempre appresso e solo i due bambini sono a conoscenza del segreto. Qualcosa, però, intuisce anche Powell, il quale quando esce di prigione, si reca nel villaggio degli Harper per circuire la madre di John e Pearl e scoprire il nascondiglio del tesoro. In effetti ingannando tutti con la sua apparenza di irreprensibile religioso, Powell riesce nelle sue intenzioni, però non senza incidenti: prima si trova costretto ad uccidere la signora Harper; poi, i due bambini con la bambola gli scappano sotto il naso saltando su una barca e lasciandosi trasportare dalla corrente.

Comincia la sua caccia, mentre John e Pearl continuano a scendere il fiume in uno scenario incantato, fino a che vengono raccolti laceri e affamati da Mrs Cooper. Costei è una vecchietta abbandonata dal figlio che si è messa a raccogliere i ragazzi sbandati che trova in giro, dando loro un tetto e una sorta di famiglia. Quando Powell scopre anche questo rifugio, la lotta tra l’angelo del Bene e l’angelo del Male si scatena, concludendosi con il ferimento di Powell da parte di Mrs. Cooper. Ma quando vede i poliziotti che portano via per sempre il suo persecutore, John rivive il momento in cui la polizia arrestò suo padre. Di conseguenza, ha uno shock nervoso e, maledicendoli, consegna i soldi che aveva fino ad allora nascosto per tenere fede al giuramento fatto al padre. Il film si conclude sotto i rami dell’albero di Natale, con lo scambio di doni fra i componenti della “famiglia Cooper”.


Gruppo Cinema Arsenale Rosebud

A cura di Paul Zilio

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