giovedì 9 febbraio 2012

Il Grande Lebowski

Il Grande Lebowski (The Big Lebowski)

Regia, sceneggiatura, montaggio: Joel e Ethan Coen

Interpreti: Jeff Bridges, John Goodman, Julianne Moore, Steve Buscemi, David Huddleston, John Turturro, Ben Gazzara, Philip Seymour Hoffman, Tara Reid, Peter Stormare, Sam Elliott

USA-GB, 1997, durata 117 min., colore


Jeffrey Lebowski detto Drugo (Dude nell’originale), vecchio ragazzo degli anni ’70, uno degli estensori del manifesto di Port Huson che diede origine alle contestazioni studentesche (ma “della prima versione, quella più dura”), disoccupato, pacifista, dedito al bowling, alle amicizie e alla marijuana, viene scambiato da dei teppisti per un famoso miliardario suo omonimo. Nel tentativo di chiarire l’equivoco si trova coinvolto in un’intricata quanto sconclusionata vicenda di rapimento di cui, in qualche astrusa maniera, verrà a capo.

Rielaborazione dei fratelli Coen di un classico del noir come Il grande sonno di Howard Hawks infarcita di intelligenti sconfinamenti surreali nei generi più disparati, dal western al musical alla Busby Berkeley, senza tradire l’originaria, intima natura del Marlowe chandleriano, la sua malinconica, rassegnata ma dignitosa accettazione della propria marginalità e la coscienza morale di essere dalla parte giusta. La figura del protagonista risalta su una galleria di personaggi che, ciascuno nella propria specifica tipicità, sono lo specchio di un mondo che ha perduto qualsiasi senso e che tuttavia abbiamo voluto così: l’ottuso reduce del Vietnam (Goodman), il miliardario arricchitosi a suon di espedienti, falso e trombone (Huddlestone) con tanto di moglie giovane, fedifraga e siliconata (Reid), lo yes-man viscido e servile (Hoffman), il giocatore di bowling maniaco e pervertito (Turturro), il regista porno (Gazzara), il bandito nichilista (Stormare), l’artista vaginale (Moore), il poliziotto neo-nazista.

È così che Dude il pigro (“il più pigro di Los Angeles, il ché lo colloca di fatto fra i più pigri al mondo”) trova una mai invocata, cinica redenzione: grazie a quel distacco dal mondo, a quello stupore tranquillo che solo un’accidia strenuamente difesa permette elevandosi a paradigma della sopravvivenza.

Gruppo Cinema Arsenale Rosebud

Renato Carlassara

giovedì 2 febbraio 2012

Che fine ha fatto Baby Jane ?


Che fine ha fatto Baby Jane ?
(What Ever Happened to Baby Jane ?)
Regia: Robert Aldrich
USA, 1962, durata 129 minuti, bianco e nero.

Siamo nel 1917: Jane Hudson è una bambina prodigio che, grazie alle precoci doti canore e alla bellezza, gira per i teatri di vaudeville degli Stati Uniti insieme al padre, che l'accompagna nei suoi numeri di canto e ballo. Il successo tuttavia è troppo per non far sì che Baby Jane assuma atteggiamenti da diva viziata e capricciosa, che tratta tutti, e specialmente la timida sorella Blanche, in modo altezzoso e sprezzante.
Lo scenario cambia radicalmente quando le due sorelline crescono. Con l'adolescenza Baby Jane perde la freschezza che aveva prima ed iniziano per lei gli insuccessi. Al contrario, Blanche intraprende con successo la via dello spettacolo, diventando una delle dive più famose, belle e pagate dello star system hollywoodiano della prima metà degli anni trenta. Ma nel 1935 la sua carriera si interrompe tragicamente quando una sera, un incidente automobilistico dai contorni poco chiari provocato volontariamente da una delle sorelle Hudson, porta Blanche su una sedia a rotelle rompendosi la spina dorsale. Pare che la responsabile dell'incidente sia Jane. Si arriva al 1962. Jane, ormai alcolizzata e mentalmente disturbata, sottopone l'indifesa Blanche alle più macabre angherie, quasi per vendicarsi del successo e della popolarità che - nella sua mente contorta - quest'ultima le avrebbe rubato. In un folle delirio una Jane ormai ultra-cinquantenne decide addirittura di rimettere in scena il numero che era solita portare in palcoscenico quando era ancora la bellissima ed acclamata Baby Jane, coinvolgendo tra l'altro un giovane pianista sbandato di nome Edwin Flagg. Inutile dire che il progetto fallisce miseramente ancor prima di abbozzarsi, e questo getta ancor più nello sconforto e nella spirale della pazzia la già instabile Jane. Blanche, intanto, tenta in tutti i modi di persuadere la sorella ad acconsentire alla vendita della casa in cui vivono e ad accettare di farsi curare in una clinica psichiatrica, ma Jane non ne vuol sapere tanto che, quando trova Blanche al telefono con un dottore dopo aver raggiunto il piano inferiore trascinandosi per la balaustra delle scale, la picchia senza pietà e la segrega legata in camera sua. Quando Jane arriva ad uccidere una domestica che aveva constatato il terribile stato di prigionia in cui era tenuta Blanche, la situazione peggiora notevolmente e Jane, impaurita, sembra cercare affetto e protezione in Blanche. In un momento di regressione infantile, Jane decide di portare la sorella ormai esanime in spiaggia dove crede di esser tornata ai tempi in cui da piccola cantava sulla riva del mare destando l'attenzione e l'ammirazione dei bagnanti. Quando Blanche, ormai in fin di vita confessa la verità: al contrario di quanto sempre sostenuto, era stata lei a tentare d'investire Jane con la macchina, ma quest'ultima si era spostata in tempo e l'urto contro il cancello aveva provocato a Blanche la frattura della spina dorsale; uscita a stento dalla macchina dopo che Jane si era allontanata sconvolta, Blanche si era trascinata quasi davanti al cofano, approfittando poi del fatto di esser stata trovata dalla polizia lì per la strada e che Jane era stata rinvenuta ubriaca in un albergo subito dopo, per accusare la sorella, non denunciandola ma facendole rimanere un forte senso di colpa per quell'incidente, le cui vere dinamiche erano state cancellate dalla mente sconvolta di Jane. E Jane, ormai mentalmente regredita, invece che accanirsi contro di lei, si sorprende teneramente dicendole: "Allora in tutti questi anni avremmo potuto essere amiche". Alla fine si lascerà prendere dai poliziotti, circondata da una piccola folla incuriosita, che lei pensa sia lì per vedere Baby Jane esibirsi di nuovo.
Analisi
Il film si presenta come un misto tra melodramma gotico e grand guignol. Nel raccontare il macabro rapporto tra due sorelle ex-dive, non manca anche di deridere il mondo dello spettacolo. Agghiacciante il modo in cui il regista scava nelle menti dei suoi personaggi, descrivendone e compatendone complessi e manie. Da ricordare a proposito l'eccezionale suspense che si crea quando Jane, servendo la colazione a Blanche, la avvisa che ci sono i topi in cantina, e quest'ultima affamata crede, a torto, che sia impossibile che la sorella sia arrivata a metterle un topo sul vassoio.
Il film rappresenta inoltre una grande innovazione nella tecnica di montaggio ed è celebre per aver unito due delle più grandi star della vecchia Hollywood, nonché due delle più acerrime rivali dello schermo: Bette Davis e Joan Crawford.


A cura di Paul Zilio






giovedì 19 gennaio 2012

La Grande Abbuffata di Marco Ferreri

Forse il piu' famoso film sull'ossessione del cibo, girato in Francia nel 1973, con gli attori cult del momento, Mastroianni - il divo internazionale italiano, Piccoli - il divo internazionale francese, Noiret - il divo nazionale francese, Tognazzi - il divo nazionale italiano. Presentato a Cannes dove non fu apprezzato dalla critica, ebbe pero' un grande successo di pubblico, colpito dalla corrosività del film e probabilmente solleticato dalla pubblicità dell'epoca che faceva leva sugli aspetti piu' scabrosi.





Brevemente, la trama:
Ugo cuoco, Michel produttore televisivo, Marcello pilota, Philippe magistrato, sono amici e membri di un ristretto club di buongustai. Per un week-end gastronomico essi raggiungono la fatiscente villa di Philippe ove un tempo soggiornò Boileau. Mentre iniziano i lauti pasti, Marcello fa giungere tre prostitute che, tuttavia, se ne vanno non appena s'avvedono dell'indifferenza ed estrema banalità degli ospiti. Solo Andrea, una maestra che ha condotto gli alunni ad ammirare il "tiglio di Boileau" accetta l'invito di tornare alla villa per tutta la durata della tragedia. Di tragedia, infatti si tratta, poiché il continuo, abbondante e raffinato "abbuffarsi" risulta fatale per i quattro. Marcello rimane congelato nel giardino di notte, su una rabberciata Bugatti. Michel tira le cuoia nel corso degli sforzi per liberarsi di gas intestinali. Ugo rimane stecchito tra le contrazioni dell'impossibile digestione e da una masturbazione meccanica praticatagli da Andrea, Philippe muore nel giardino, mangiando ancora. Mentre i cani ululano, i commessi della "macelleria" portano nuove vivande.

Il film e’ molto legato all’epoca non solo per il suo aspetto visivo ma anche per il suo andamento a apologetico e a tesi. Ripropone molti dei temi che ricorrorono nell'opera di Ferreri, l'isolamento, la morte, l'erotismo, la degradazione.
E’ stato letto molto spesso come un’aspra critica alla classe borghese, anche se in realtà la lettura puo' riguardare l'uomo in senso piu' generale.
Ma la volontà dei protagonisti di fuggire dalla loro condizione alla fine li porterà a chiudersi in una gabbia senza possibilità di uscita, nuovamente prigionieri in una situazione di abulia/ bulimia che li condurrà alla autodistruzione.
Il film propone una riduzione dell'uomo alla soddisfazione della sua fisiologia basilare (“basta sentimenti, voglio fare un film fisiologico”, dice Ferreri). Sesso e cibo sono spesso uniti nella loro qualità di funzioni vitali ma qui si rovesciano nel loro contrario e divengono strumenti di morte. Non ci sono infatti bisogni reali da soddisfare, ma solo noia disperante e ossessioni per cui il mangiare o il far l'amore diventano praticamente degli automatismi, esplicando quasi un tentativo di esorcismo nei confronti della mancanza di senso della vita dei protagonisti. Essi ci vengono presentati in quattro succinti ritratti prima del racconto vero e proprio, in brevi situazioni quotidiane che mettono in luce il loro essere reclusi e soli nella loro vita borghese.
Ma il lasciarsi andare alla pura fisiologia non conduce i protagonisti al recupero di una armonia naturale primigenia (anche il giardino intorno alla villa è abbandonato ma non lussureggiante, trasmette un senso di sterilità e di morte), che non e' piu' attingibile, in quanto, nonostante tutto, la storia, la cultura, pur strenuamente criticate, restano inevitabili. Non c’è soluzione, non c’è utopia positiva possibile: l'approdo e' la morte.
Nella presentazione di questi corpi che si abbandonano alle loro funzioni essenziali non c'è sensualità, non c'e' allegria o liberazione, non c'è vero piacere in questo auto consegnarsi alla morte (vedi ad es. la gara per mangiare le ostriche, che non permette di gustarle). Non c'è una esaltazione “sana”, popolaresca, del corpo che potrebbe portare all'ingresso in una nuova vita dal significato dionisiaco, vitalistico. Si tratta piuttosto “di un saggio teorico sulla fine del corpo”: la fisiologia stessa si nega, esasperandosi fino al suo limite, giungendo ad un eccesso autopunitivo. E questa rappresentazione non viene sublimata o spiegata dalla parola, che si limita a dare comunicazioni di servizio. Ferreri pone pero', quasi all'inizio del film, una frase importante: “e' cosi bello che sembra falso”. Ferreri ha sempre amato rilevare la labilità del confine tra finzione e realtà ed anche in questo caso ci gioca: gli attori mangiavano davvero durante le riprese, i nomi dei protagonisti corrispondono a quelli reali, il cinese e' un vero cinese...quasi a confermarci che cio' che vediamo nel film non è solo finzione, ma ci riguarda direttamente. Forse anche per questo il film ha sempre colpito molto gli spettatori, sconcertati anche dall’accostamento di “serie” che culturalmente vengono tenute separate (ad es cibo ed escrementi) e dall’effetto straniante che produce il naturale nel suo eccesso, diventando innaturale, unheimlich. Elementi che, nonostante siano trascorsi ormai 40 anni dalla sua uscita, ci stimolano ancora alla riflessione.

Monica Dal Bò
Gruppo Cinema Arsenale Rosebud












Bibliografia essenziale
AAVV Marco Ferrerri ac cura di Stefania Parigi Saggi Marsilio
Alberto Scandola Marco Ferreri Il castoro cinema 2004
Maurizio Grande Ferreri Il castoro cinema 1974
PP Pasolini La grande abbuffata in Cinema Nuovo N 231, 1974
http://www.ugotognazzi.com official web site

giovedì 12 gennaio 2012

Old Boy di Park Chan-wook - Corea del Sud 2003





BREVE INTRODUZIONE

Oldboy è un’icona della “New Wawe Coreana“ ed il suo successo è dovuto ad alcuni fattori di cui si dirà nel seguito. Come prima cosa è utile collocare il fenomeno della New Wawe nel contesto politico, culturale ed industriale che lo ha determinato.

Con “New Wawe Coreana“si intende l’insieme delle produzioni cinematografiche che a partire dalla fine degli anni ’90 ha caratterizzato l’industria cinematografica sudcoreana per circa un decennio. “Da una prospettiva più ampia, si potrebbe sostenere che lo sviluppo più sorprendente di tutto il cinema asiatico nel decennio 1998-2008 è stata la nascita di un cinema coreano vario e commercialmente formidabile laddove in precedenza l’industria cinematografica era debole ed i film venivano raramente esportati in altri paesi”[1]. I cambiamenti che hanno reso possibile tale rinascita possono essere fatti risalire alla metà degli anni ’80 e sono legati al passaggio della Corea del Sud da regime politico dittatoriale a democrazia.

Fino ai primi anni ’80 esisteva una doppia censura: una sulle sceneggiature ed una sul prodotto finito; questa situazione limitava gravemente la creatività dei registi. Era inoltre illegale il cinema indipendente in quanto le produzioni erano conglomerate in poche grandi società autorizzate. Vi era poi il sistema delle quote che obbligava alla produzione di un certo numero di film per poter importare film stranieri; questo portava spesso a prodotti di scarso valore.

Dalla fine del 1984 una serie di riforme modificò radicalmente la materia delle produzioni cinematografiche liberalizzando l’accesso il che determinò l’inizio di attività per nuovi produttori che entravano nel mercato. Con la riforma costituzionale del 1987 e col primo successivo governo civile nel 1992 la Corea del Sud intraprese il cammino della promozione attiva della propria industria cinematografica.

Un aspetto controverso fu l’apertura, nel 1987, alla concorrenza. Rimase in piedi solo un sistema di quote per le sale (non sempre rispettato) ma il progressivo aumento delle importazioni portò alla crisi il cinema coreano. Da una percentuale di incassi del 51,3% per le produzioni locali nel 1982 si arrivò al 15,9% nel 1993. Da allora gli sforzi della nuova generazione di produttori con gli investimenti dei grandi conglomerati coreani (Daewoo, Samsung, ecc) entrati nel mercato cinematografico all’inizio dei ’90 produssero importanti ed organizzate attività finalizzate ad incoraggiare la nascita di uno star system, aumentare i budget, investire maggiormente nella promozione.

La crisi finanziaria del 1997 ritrasse i grandi conglomerati dagli investimenti nell’industria cinematografica ma quelli furono presto sostituiti da medie compagnie di produzione ed un nuovo cinema iniziò ad apparire nel paese.

Nel 1996 inizia il Pusan International Film Festival che diventerà il più importante festival cinematografico dell’estremo oriente.

Negli anni 1996-2000 una nuova generazione di registi inizia ad operare. Ciò che caratterizza, in termini di stile, la nuova epoca è la sperimentazione sui generi intrapresa da molti di questi nuovi registi. Mentre in precedenza la caratterizzazione di genere era una sorta di obbligo, dalla seconda metà dei ’90 diviene sempre più difficile incasellare in un solo genere i film prodotti.

Per dare un’idea della rilevanza del fenomeno della New Wawe Coreana si consideri che la quota di incassi di film nazionali in Corea del Sud dal 15,9% del 1993 (il livello più basso mai raggiunto) arriva al 50% nel 2001 ed al 64% nel 2006.

Il 1999 vide l’uscita di quello che viene definito il prototipo del blockbuster coreano: Shiri di Kang Je-gyu, un film d’azione e melodramma con implicazioni politiche, che narra del tentativo, perpetrato da un gruppo di agenti della Corea del Nord, di assassinare il presidente della Corea del Sud in occasione di una partita di calcio amichevole fra le due Coree. Si tratta di un evento politico di tutto rilievo perché i “cattivi” vengono rappresentati con umanità, un autentico evento per un film coreano. Nel passato situazioni simili erano costate il carcere al regista (come per Lee Man-hee nel 1966 per il film Seven Women Prisoner).

Il successo di Shiri fu maggiore di qualunque altro film di successo del passato. Vendette 6,2 milioni di biglietti. Da quel momento assunse rilevante importanza la tematica della separazione di una nazione in due stati, attraverso un filone cinematografico che assegnava alla spartizione il ruolo di causa di una società non desiderabile e sostenendo in tal modo il desiderio popolare di riunificazione fra le due coree.

Nel 2000 uscì Joint Security Area, terzo film di Park Chan-wook al momento regista quasi sconosciuto, che eguagliò il successo di Shiri. Fu un evento culturale e politico. La trama è incentrata sulle ostilità fra nord e sud che scoppiano in una zona di confine, il villaggio di Panmunjom. L’indagine sull’accaduto porterà a scoprire che un gruppetto di soldati del sud fraternizzava con un gruppetto di soldati del nord prima dello scoppio delle ostilità. Il film, che nella rappresentazione del “nemico” va oltre Shiri, vendette un numero di biglietti di poco inferiore a quest’ultimo.

Oldboy uscì nel novembre 2003. ”Oldboy di Park Chan-wook era liberamente tratto da un manga giapponese e riusciva a raggiungere una sintesi fra stile filmico, interpretazioni intense, slancio narrativo, violenza high-concept[2], umorismo macabro, che lo contraddistingueva nettamente dagli altri film coreani”.[3] Dopo la sua consacrazione a Cannes l’anno successivo, dove conquistò il Gran Premio della Giuria, divenne una sorta di leggenda. E’ probabilmente il film più conosciuto del decennio fuori dall’Asia.



[1] Darcy Paquet “Il cinema sudcoreano 1999-2008” in “Far East: dieci anni di cinema” – Centro Espressioni Cinematografiche Udine – 2008, pag. 160

[2] Spesso, per catturare il favore del pubblico, la produzione punta su premesse narrative di forte impatto emotivo. Si dice allora che il film è high concept (letteralmente: «idea forte») - ndr.

[3] Darcy Paquet “Il cinema sudcoreano 1999-2008”, cit., pag. 190



SINOSSI

Nel 1988 Oh Dae-soo viene drogato e rapito di fronte alla propria abitazione. Poco dopo capisce di essere stato condotto in una prigione privata. Le persone che lo hanno rinchiuso gli mettono a disposizione cibo, acqua e televisore. Dae-soo guarda le ultime notizie e scopre che la sua amata moglie è stata brutalmente assassinata e che la polizia lo sospetta dell’omicidio. Giura dunque solennemente di sopravvivere al lungo tormento che lo attende per vendicarsi dell’uomo che ha distrutto la sua vita felice. Dae-soo si abitua gradualmente all’oscurità della cella allenando la mente e il corpo. Si copre di tatuaggi, segno evidente del tempo che ha trascorso in prigione. Un giorno, viene drogato nuovamente e quando si sveglia realizza di essere stato liberato, 15 anni dopo il suo rapimento. La sua ragione di vita ora è scoprire chi è dietro a tutto ciò e perché.

DATI

Regia Park Chan-wook

Sceneggiatura Hwang Jo-yoon, Im Joon-hyung, Park Chan-wook

Storia originale Tsujiya Garon, Minegishi Nobuaki Fotografia Jung Jung-hoon

Montaggio Kim Sang-bum

Musica Cho Young-wook

Costumi Cho Sang-kyung

Interpreti Choi Min-shik, Yu Ji-tae, Kang Hye-jung

Produttore Kim Dong-joo

Produttore esecutivo Kim Jang-wook

Produzione ShowEast, Egg Films

Distribuzione internazionale Cineclick Asia

Distribuzione italiana Lucky Red

Corea del Sud, 2003, 35mm, colore, 119’

PREMI

• Festival di Cannes 2004: Grand Prix Speciale della Giuria

• Sitges 2004: Maria Award (miglior film), José Luis Guarner Award (miglior film della critica)

• British Independent Film Awards 2004: miglior film straniero

• Asia Pacific Film Festival 2004: miglior regista (Park Chan-wook), miglior attore (Choi Min-sik)


BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE:

Darcy Paquet “Il cinema sudcoreano 1999-2008” in “Far East: dieci anni di cinema” – Centro Espressioni Cinematografiche Udine - 2008

Hyangjin Lee “Il cinema coreano contemporaneo” – Edizioni ObarraO – 2006

Marco Dalla Gassa e Dario Tomasi “Il cinema dell’estremo oriente” - UTET 2010.

Sinossi e dati tratti da http://www.cinemacoreano.it


Giuseppe Esposito

Gruppo Cinema Arsenale Rosebud












giovedì 22 dicembre 2011

Ultimo tango a parigi (1972)



"Ultimo tango a Parigi" è considerato uno dei film più scandalosi del '900 ma, allo stesso tempo, è innegabile che sia stato uno dei più grandi capolavori del secolo scorso. Costitutivo, assieme a "Il conformista" e il successivo "The dreamers", della trilogia sulla capitale francese, il film di Bertolucci esce nel 1972 per poi essere proibito fino al 1987, innescando un succès de scandale che dura ancora.

Dopo il suicidio della moglie, il quarantacinquenne Paul (Marlon Brando), un americano trapiantato a Parigi, sembra aver smarrito ogni ragione per vivere. Vagando senza meta per la città, Paul incontra la ventenne Jeanne (Maria Schneider) in un appartamento in affitto in rue Jules Verne che i due casualmente si trovano a visitare insieme; scattano l'attrazione e la passione e i due sconosciuti hanno un rapporto nella casa vuota. Inconsciamente isolati nel loro appartamento, fra i due nasce una relazione di sensi nel corso della quale, ignorando del partner persino il nome, esplorano a fondo le rispettive sessualità.

Sin dall'incipit è concentrato il messaggio che Bertolucci vuole trasmettere: i titoli di testa sono disposti prima a sinistra e poi a destra di due dipinti di Francis Bacon, quello d'un uomo in T-shirt che, plasmato dall'angoscia, occupa un divano scarlatto, e quello di una donna dal volto tumefatto, posta su una sedia che sembra uno strumento di tortura. Finiti i titoli i due quadri si affiancano e comincia il film che, è bene sottolineare , è iniziato da un pezzo.
Anche questo è Bertolucci, cioè l'allusione, l'ammiccamento agli spettatori d'essai. La citazione colta di Bacon e l'aver concepito la scenografia principale di "Ultimo tango a Parigi",grazie all'immenso lavoro di Vittorio Storaro che costruisce una perfetta tavolozza cromatica secondo i colori(rosa e rosso) e le volumetrie del pittore (Tangò non è solo il ballo ma anche il colore arancione), significa annunciare a chi intende sia gli scopi della storia sia la poetica del regista parmense. Proprio il cinefotografo Storaro(che non ama definirsi direttore della fotografia), ha curato la fotografia di quasi tutti i film di Bertolucci da: "Il conformista"(1970) a "Il piccolo Buddha"(1993), permettendo allo spettatore di proiettarsi all'interno di quadri cromaticamente perfetti.

"Ultimo tango a Parigi" è appunto un film di atmosfere e di attori, giocato soprattutto sul volto e sulla fisicità magnetica di una celebre star, Marlon Brando. Questo Brando invecchiato con i capelli grigi un po' lunghi e un cappotto di cammello, si imprime in maniera indelebile nell'immaginario della generazione sessantottina e di quella immediatamente successiva.
Il film infatti ci parla degli anni dopo la rivoluzione, anche sessuale (quasi in antitesi con il precedente lavoro del regista "Prima della rivoluzione"), mediante i caratteri di Jeanne e Tom(un Jeanne-Pierre Leaud, attore-feticcio di Truffaut,che incarna il cinema veritè), mentre Paul, terzo polo del classico triangolo, rappresenta la memoria, la tradizione, il cinema dei padri.

L'appartamento di Rue Jules Verne è un luogo che non sembra collegarsi alla vita esterna. C' è da dire che il nome della strada non è casuale: Verne, infatti, scriveva riguardo il possibile, la fantasia, l'immaginazione e non riguardo la realtà.
Vuoto, oscuro, silente, remoto, l'appartamento (che sarà poi ripreso per il successivo "The dreamers") è come un utero, come la caverna di Platone, ma vi campeggia un "mostro", quei mobili accatastati in un angolo bianco, che evoca appunto la sostanza baconiana e orrorifica dell'apologo. Jeanne e Paul sono soli e sanno di esserlo. Il loro rapporto pare cementato dalla paura innata di una solitudine che sarà irreversibile.

Segregati "in the box" i protagonisti si psicanalizzano a vicenda e per questo accantonano l'identità anagrafica, costruendone altre due, enigmatiche,vere e false allo stesso tempo.
Il senso del tempo infatti viene rimosso programmaticamente. Dentro quell'appartamento Jeanne e Paul ne fanno di cotte e di crude, liberano le pulsioni, sfrenano perversioni e istinti animaleschi, copulano felici o mortalmente soli (non è un caso che il loro primo rapporto sessuale avvenga in piano sequenza).
Lo studio della solitudine e delle sue anguste conseguenze sull'uomo è alla base del lavoro del regista. Devoto alla Nouvelle Vague, movimento cinematografico di fine anni '50 che promulgava la rottura con le tradizioni ed il cinema classico e che vide la partecipazione di cineasti del calibro di Truffault,Chabrol,Rohmer e Godard,il cinema di Bertolucci ne rimane positivamente influenzato. Inoltre, strizzando l'occhio ai canoni del post-moderno,il suo è anche un cinema citazionistico. Basti pensare a come il regista citi ancora "La voix humaine" di Cocteau e Rossellini, un esempio di solitudine filmata che evidentemente lo affascina. Quando Jeanne risponde al telefono dell'appartamento e Paul solleva la cornetta nella stanza accanto, senza articolare parola. O, ancora, quando Paul, a letto, narra a Jeanne il suo passato, replica una delle scene iniziali di "Ossessione" di Luchino Visconti, dove Gino, appena fatto l'amore con Giovanna, brevemente le racconta i suoi trascorsi e si mitizza La strategia di Bertolucci è proprio quella di imbrigliarci in un caleidoscopio di riferimenti, soprattutto extratestuali.

"Non voglio sapere nulla di te."

Questa frase implica il capovolgimento del paradigma della nostra società. Noi amiamo credendo di sapere tutto della persona che ci affianca. Ma per Bertolucci la passione non è legata alla conoscenza. Amore e desiderio sorgono, in questo caso, poiché non si sa nulla del partner. Quando uno dei due trasgredisce questa regola, la storia è destinata a finire.
Come conferma il regista (il cui film preferito è "La regle du jeu" di Renoir): "Ho sempre desiderato incontrare una donna in un appartamento deserto, che non si sa a chi appartenga, e fare l'amore con lei senza sapere chi è, e ripetere quest'incontro all'infinito, continuando a non sapere niente."

"Ultimo tango a Parigi", per stessa ammissione di Bertolucci, è "cinema-verità ricco", che rimembrerà nello spettatore i fasti della Nouvelle Vague.

(Recensione tratta da: http://www.filmscoop.it)

giovedì 15 dicembre 2011

15 dicembre 2011 - L'amico di famiglia


L’amico di famiglia.

Regia: Paolo Sorrentino

Italia, 2006, durata 90 minuti, colore

Per rappresentare l’avarizia, la scelta de “L’amico di famiglia” non è stata difficile, anche se, per altri versi, un film come “Greed” di Erich Von Stroheim meriterebbe la Palma D’Oro. Ma Paolo Sorrentino è un autore, un vero autore, peraltro italiano e, a mio avviso, di straordinario talento.

Egli ha ormai raggiunto una notorietà internazionale, dapprima con l’opera su Giulio Andreotti: “Il divo” premiato a Cannes nel 2008. Presidente della giuria un certo Sean Penn che in quell’occasione gli disse di essere pronto a fare un film con lui (“Quando vuoi, dove vuoi, io ci sarò”). Notorietà poi confermata con un originalissimo “road movie” girato negli USA proprio con Sean Penn: “This must be the place”, la sua opera più recente e in parte incompresa o considerata troppo ambiziosa.

Ma la stoffa c’è; l’autore è pervaso da una sottile e spesso allegorica immaginazione, attraverso la quale spiattella con estrema lucidità un mondo sempre più degradato, cinico e disilluso. Da questo punto di vista infatti la prima parte della sua filmografia risulta estremamente coerente: da “L’uomo in più” a “Le conseguenze dell’amore”, passando appunto attraverso “L’amico di famiglia” fino a “Il divo” possiamo trovare quella struttura circolare in cui emerge la centralità di un personaggio attorno a cui tutto precipita o cambia.

Nel film in oggetto, presentato a Cannes nel 2006, il protagonista impersonato da Giacomo Rizzo (interpretazione stratosferica la sua) incarna perfettamente la figura dell’usuraio. Una maschera laida, morbosa, solitaria, un “monstrum”, costretto a vivere con una madre disabile, che approfitta, attraverso l’uso dei soldi, delle debolezze e delle difficoltà altrui travestendosi da benefattore. Gode del suo potere, controlla, spia e registra un malessere diffuso, che egli stesso assorbe e attraverso il quale può giustificare la sua filosofia ove tutto, davvero tutto, può essere misurato con il denaro; denaro utile non per condurre una bella vita - l’aspetto estetico è del tutto inconcepibile nel suo mondo - ma solo per il gusto di poter decidere della vita degli altri. Perseguire e mantenere questo fine richiede sacrificio, non bisogna mai lasciarsi travolgere dai sentimenti, dalla pietà o, peggio, da un senso di carità; ci si deve trattenere dal consumo, dal desiderio, (pure illusioni ?) e perciò si conduce una vita assai meschina, nella quale ciò che rimane è la divorante volontà dell’accumulo che aumenta smisuratamente l’ avidità e dunque mai si placa. La politica del protagonista è fatta di piccoli passi e nessuna voglia di rischio, eppure quello che sembra essere il suo migliore amico lo provocherà, gli farà scattare una molla che lo porterà al disastro. Le conseguenze dell’amore, infatti, e dei sentimenti più in generale.

Il punto di vista del nostro autore perciò risulta alquanto disilluso e disincantato. Una fosca tinta pessimistica, di un triste nichilismo avvolge le sue storie e l’ambiente in cui si viene immessi e che ci circonda risulta, di scorcio o in totali, del tutto degradato, quasi unto, lercio. All’interno di questi scenari ci si presentano personaggi solitari, disperati, che sognano punti di fuga solo attraverso l’inganno o l’auto - inganno. La realtà è sudicia come il protagonista di questo film.

A cura di

Gruppo Cinema Arsenale Rosebud

Paul Zilio

domenica 27 novembre 2011

Giovedì 1 dicembre Aguirre, furore di Dio





SUPERBIA

AGUIRRE, FURORE DI DIO (AGUIRRE, DER ZORN GOTTES)

Regia: Werner Herzog

Germania occidentale, 1972, colore

Cast: Klaus Kinski, Helena Rojo, Del Negro, Ruy Guerra, Peter Berling, Cecilia Rivera

Anno di grazia 1560. Una spedizione di conquistadores spagnoli, capeggiata da Gonzalo Pizarro, discende le Ande alla ricerca del mitico El Dorado. Una pattuglia esplorativa viene inviata in avanscoperta, lungo il fiume Urubamba. Il capo di questo manipolo, Pedro de Ursua, verrà ben presto spodestato dall’ambizioso e feroce Lope de Aguirre, che intende procedere libero da ogni legame istituzionale. Intanto, la foresta ed il grande fiume aspettano.

Ogni gesto espressivo e significante, cinematografico e non, notevole o meno, risente della tensione originaria dell’uomo verso un orizzonte di stabilità e permanenza, in grado di trascendere il suo destino di contingenza, di parzialità, di finitezza, consentendogli di sfiorare, in un modo o nell’altro, l’immortalità. La filosofia e le arti figurative nascono anche, forse soprattutto, dall’esigenza di fermare il tempus edax, il tempo divoratore, per individuare un principio, da un lato, o creare un manufatto, una forma od un’immagine del mondo, dall’altro, capaci di persistere durevolmente ai mortali assalti di Chronos. Con la nascita e lo sviluppo dell’arte della fotografia e poi con la capacità di riprodurre la realtà nel suo dinamismo, nella sua durata, attraverso l’immagine in movimento filmica, sembrano estendersi per l’uomo non solo la possibilità di bloccare il divenire ed esorcizzare la decadenza delle cose e la loro fine, ma anche l’illusione di accarezzare l’eterno. Oltre a ciò, l’opportunità di registrare tutto il visibile in immagini (fisse od in movimento) crea un’illusione ulteriore e forse ancor più vana: riuscire a carpire l’essenza del mondo in effigie e con ciò la sua verità più riposta ed assoluta. Sembra essere quindi proprio la superbia il peccato capitale del cinematografo, l’ambizione di poter somigliare a Dio o di possedere alcuni dei suoi attributi.

In questo contesto, risulterebbe sin troppo semplice individuare in Werner Herzog e nel suo cinema alcune delle espressioni più compiute ed estreme di tale peccato. In realtà, ne siamo, per molti versi, agli antipodi, sia per ciò che concerne il suo atteggiamento, che per quello dei suoi personaggi centrali nei riguardi della realtà. Non vi è mai, da parte del regista bavarese, la supponenza o l’arroganza di chi ritiene di possedere una conoscenza esaustiva del mondo o dei mezzi della propria arte: la sua opera risulta quindi tutt’altro che una pacifica(ta) e stanca ripetizione di stilemi, asserzioni, schemi, eventi, meccanismi narrativi. Ciò che anima il suo percorso è il proporsi interrogativo, esplorativo di chi si apre all’essere delle cose, alla sua durezza, opacità e distanza. La sua vera sfida concerne l’atto di filmare, quindi il filmabile, come possibilità estrema dello sguardo dell’uomo di posarsi sui limiti altrettanto estremi del mondo, senza accontentarsi dell’immediata comodità del visibile. Gli artifici della finzione cinematografica vengono centellinati, dosati con cura e pazienza e mai abusati, in funzione di un estremo rispetto per l’arte cinematografica, che riflette una corrispondente assoluta devozione per l’essere e la sua complessità. Ecco allora delinearsi un cinema dove le iperboli tecniche, narrative, espressive, gli espedienti spettacolari, gli effetti sono ridotti all’osso, o del tutto assenti, e nel quale il vero spettacolo è costituito dall’inquietante magia della natura e dalla forza di quegli uomini che in essa, per essa e contro di essa si ritrovano a lottare, non per soggiogarla – sogno intenso e profondo, ancorché vano – ma per realizzare, sia pure imperfettamente, la loro più profonda essenza.

Aguirre, furore di Dio si colloca del tutto in questo solco, sia per quanto riguarda la lavorazione del film[1], che per ciò che attiene al suo incedere narrativo, espressivo ed alle personalità e psicologie dei personaggi. La superficie del racconto ci parla di una spedizione di conquistadores, venuti nel Nuovo Mondo per impossessarsi di ricchezze, territori e poteri temporali ed a portare con sé la propria concezione culturale, storica, sociale, religiosa, in una parola il proprio logos. E questo forse vale, in misura maggiore o minore, per la maggioranza dei personaggi del film, ma non per le due donne che partecipano alla spedizione né, ovviamente, per i nativi – perlopiù ombre senza volto in agguato nel folto della giungla – né soprattutto per Lope de Aguirre (uno straordinario, eccessivo, magnetico, perverso Klaus Kinski). I maschi bianchi colonizzatori sono troppo legati ad un retaggio percettivo e conoscitivo distante da quello che pervade l’ambiente in cui si inoltrano, un luogo in cui, come dice un indigeno catturato: “Dio non è riuscito a finire la sua creazione”. Sono estranei in terra straniera ed Herzog li coglie spesso a guardare ottusamente la natura lussureggiante ed impervia che li circonda, senza realmente comprenderla. Assai diverso è il discorso per le due figure femminili e per il protagonista. La prima delle due, Inez, la moglie del capo iniziale della pattuglia, Ursua, segue con coraggio il marito e silente lo accompagna dopo che viene ferito per ordine di Aguirre. Tutto sembra per lei cagione di stupore ed angoscia, sia ciò che la circonda, sia la ferocia del branco maschile. Ciononostante, la sua decisione ed il suo coraggio non vengono mai meno. Dopo l’impiccagione del consorte, una volta che il piccolo drappello prenderà nuovamente terra, si inoltrerà nel profondo della foresta, dove scomparirà; rassegnata alla propria sorte non solo di vedova in mezzo ad una soldataglia bavosa, ma soprattutto di essere umano che comprende che l’unica via per affrontare la natura ed il proprio destino è addentrarvisi. Figura speculare risulta l’altra donna, la giovanissima Flores de Aguirre, figlia del protagonista. Anche lei segue il suo uomo di riferimento, perennemente muta e dallo sguardo innocente e purissimo, come se tutto fosse un gioco sublime e terribile, dove gli esseri umani si uccidono, o muoiono a causa della loro sventatezza, dove ciò che è meraviglioso è anche mortifero e letale, dove il padre amato arriva a concupirla come sommo e blasfemo oggetto del desiderio.

Infine, ecco Aguirre/Kinski. Sia il personaggio che l’attore[2] incarnano al meglio l’atteggiamento e l’inclinazione del regista bavarese verso l’estremo, l’assoluto. All’inizio del film lo vediamo compiere gli stessi gesti ed azioni dei suoi pari o dei suoi soldati, dare ordini, maltrattare gli schiavi al seguito e marciare. Sono i suoi occhi a dirci che lui non è come gli altri. Quegli occhi sono rivelatori non solo dei suoi foschi e folli disegni, ma si fanno anche vettore di uno sguardo che, mano a mano che la narrazione procede, si distanzierà totalmente da ogni forma di comunicatività, per immergersi sempre di più nella dimensione selvaggia di quella regione, spettrale e ricca di vita ad un tempo, in cui non vi è spazio per le sovrastrutture e gli schematismi dell’uomo civilizzato, ma solo per la visione allucinata di un poeta filosofo, di un poeta guerriero. Di fatto il film è il percorso formativo di questo sguardo, che diviene manifestazione decisiva di un approccio radicalmente conflittuale del protagonista, sia con il suo intero retaggio di soggetto civilizzato, sia con il suo presente di uomo gettato nel cuore nero della terra. Aguirre è l’unico della spedizione che comprende la necessità di abbandonare totalmente le certezze acquisite dalla e nella cultura – anzi di doverle combattere ed annientare – per potersi finalmente confrontare con la dimensione sublime e terribile della natura nella sua epifania più completa ed originaria. Tale confronto non potrà che essere violento, totale e destinato al fallimento, in quanto è tracciato nel fato dell’uomo di dover lottare dentro e contro l’essere per affermare se stesso – ma soprattutto per riconoscere, comprendere e custodire il suo rapporto con l’essere stesso – e che in tale lotta sono inscritti la sconfitta, l’annientamento, la follia e la morte. Proprio in questo destino, però, è possibile individuare la vera grandezza dell’uomo ed il compimento ultimo della sua essenza: solo abbandonando le sue fragili sicurezze e la dimensione quietamente (ad)domestica(ta) del quotidiano, egli potrà finalmente addentrarsi nell’ignoto spazio profondo, nella dimensione a-temporale dell’attesa e della ricerca incessanti, quindi riappropriarsi della propria origine, che è anche il suo fine ultimo. Ecco che allora è anche possibile comprendere lo strettissimo rapporto, la corrispondenza, fra Herzog ed i suoi personaggi: veri e propri apolidi in un mondo ed una società nei quali stentano a riconoscersi ed aperti, protesi verso l’assoluto, lo sconfinato, lo smisurato, vale a dire ciò che atterrisce e sgomenta l’uomo e per ciò stesso lo attrae irresistibilmente.

Gian Giacomo Petrone

Gruppo Cinema Arsenale Rosebud



[1] A tal proposito, è sufficiente ricordare alcuni aneddoti ed episodi accaduti durante tale lavorazione: il fatto che Herzog abbia minacciato con un fucile Kinski, che voleva abbandonare il set, che le zattere utilizzate siano state costruite sul set stesso e, soprattutto, che le riprese siano state realizzate seguendo pedissequamente l’incedere cronologico del racconto – caso quanto mai raro al cinema.

[2] Kinski è l’attore per eccellenza di Herzog, così come quest’ultimo è il suo regista prediletto, due affezionatissimi “nemici”, per parafrasare un altro titolo noto del cineasta tedesco.

sabato 29 ottobre 2011

Cineforum 2011-2012 - I 7 vizi capitali




I 7 VIZI CAPITALI.

Non sono mai le virtù, ma sempre i vizi, a dirci chi è di volta in volta l'uomo.


Giovedì 24 novembre ore 20.45: INTRODUZIONE: “Seven” (1995) di D. Fincher

Giovedì 1 dicembre ore 20.45:SUPERBIA: “Aguirre, furore di Dio.” (1972) di W. Herzog

Giovedì 15 dicembre ore 20.45:AVARIZIA: “L’amico di famiglia” (2006) di P. Sorrentino

Giovedì 22 dicembre ore 20,45:LUSSURIA: “Ultimo Tango a Parigi.” (1972) di B. Bertolucci

Giovedì 12 gennaio 2012 ore 20.45:IRA: “Old Boy.” (2003) di Park Chan-wook

Giovedì 19 gennaio ore 20.45:GOLA: “La grande abbuffata” (1973) di M. Ferreri

Giovedì 2 febbraio ore 20.45:INVIDIA. “Che fine ha fatto Baby Jane ?” (1962) di R. Aldrich

Giovedì 9 febbraio ore 20.45:PIGRIZIA: “Il grande Lebowski” (1997) di J. & E. Coen


Presso la sede dell’Associazione “Porte Aperte” Via Matteotti 14/A

Castelfranco Veneto

Inizio proiezioni ore 20.45 (20.30 iscrizioni)

Costi: Tessera di iscrizione Porte Aperte 5 euro valevole per tutte le attività dell’associazione per il 2012

(contributo responsabile)

Info: 338 643 0893 (Paul)



I SETTE VIZI CAPITALI. PRESENTAZIONE DEL CINEFORUM

Tutte le storie, cinematografiche e non, nascono da un conflitto e da esso traggono alimento e forza. Più esso è potente, più la narrazione risulterà intensa, coinvolgente, piena. Il motivo è che l’essenza più profonda della realtà si esprime compiutamente attraverso lo scontro, la contesa. Ciascuna cosa e ciascun organismo vivente, per il fatto stesso di esserci, di occupare un determinato spazio in un determinato tempo, di esprimere un’identità unica e definita, si troveranno a confliggere per quello spazio, quel tempo, quell’identità con tutte le altre cose e con tutti gli altri organismi viventi. Si tratta del polemos eracliteo (cioè, letteralmente, della guerra), che il filosofo greco chiama “re e padre di tutte le cose”, vale a dire il principio generatore di tutto ciò che è.

I sette peccati capitali esprimono al meglio questa dimensione conflittuale, in quanto i contendenti sono addirittura l’uomo e Dio, le (com)pulsioni, le debolezze, le ossessioni umane e la legge divina. La dicotomia, peraltro, si estende anche al rapporto fra l’individuo ed una società molto spesso consolidata attraverso tale orizzonte prescrittivo (che si trasforma in morale comune ed habitus comportamentale, sovente meccanici e svuotati di senso), nella quale, non di rado, un contegno pubblico irreprensibile, almeno secondo le coordinate dell’etica diffusa, coincide con una condotta privata assai differente. Infine, soprattutto, è l’uomo a trovarsi solo di fronte a se stesso, quindi ai propri fantasmi ed alle proprie paure, di cui, per molti versi, i vizi capitali rappresentano l’estremizzazione reattiva; un soggetto che, umano troppo umano, fatica ad accettare di non essere il centro del cosmo e quindi, in definitiva, di non essere Dio.

Giangiacomo Petrone

Gruppo Cinema Arsenale Rosebud